Bentornata, Edenlandia. Mi sei mancata, e non me ne ero mai accorta.

Bentornata, Edenlandia. Mi sei mancata, e non me ne ero mai accorta.

Bentornata, Edenlandia

Quanti anni sono passati – sto dicendomi – mentre varco il cancello.

Tanti, a me sembrano troppi adesso.
Prima ci arrivavo in auto con mio nonno, qui fuori.
Ricordo che scendevo sempre dall’auto prima e mi facevo lasciare già all’ingresso, mentre lui andava a parcheggiare in fondo, lì, dove c’è lo zoo.
E aspettavo. Impaziente. Un’eternità quell’attesa! Guardavo quel metro accanto alla cassa, avevo già superato i centimetri necessari per dirmi in fase di adolescenza, e senza che me ne accorgessi.

Il mio primo pensiero non era la graffa.
Quella veniva dopo.
Con la calma e con la fame di chi si era abbondamente stancata in giochi, entusiasmo e adrenalina.

Il mio primo pensiero era il Dragone Cinese.
“Chi prende il fiocco, un giro di regalo”, la sento ancora in testa quella voce.
E non scendevo da quel drago se non col fiocco in mano.
Capa tosta. E ancora oggi. Non è cambiato nulla. È cambiato che il Dragone Cinese non c’è più adesso, e quella voce vivrà solo nella mia testa.

Il mio secondo pensiero erano le macchinine tozzi-tozzi.
Le macchine mi hanno sempre fatto divertire, pure se a me piacevano quelle con la cosiddetta miccia, quelle più veloci, quelle dei grandi, ma dovevo andarci accompagnata da un adulto perchè il metro delle macchinine tozzi-tozzi diceva che ero piccola per gli scontri frontali, e allora levavo mano perché a guidare dovevo essere io, nun ‘o penzà.
E, ieri sera, che il metro lo superavo abbondantemente in centimetri, ho tozzato, eccome se ho tozzato.

Il mio terzo pensiero erano i tronchi.
Acqua ‘asotto, acqua ‘acoppe.
Ne uscivo fradicia e felice.
La foto di rito, scattata dalla telecamerina nel momento della discesa veloce, che all’epoca sembrava quasi adrenalinica, era cimelio da portare con fierezza a casa. I tronchi, adesso, sono ancora in fase di ristrutturazione, ma ci sono.

Ed ecco arrivato il momento della graffa.
Buona, piena di zucchero. Soffice, bollente. È cambiata la forma, adesso è chiusa con un incrocio.

Credo che poche altre cose riescano a mettere d’accordo tutti i Napoletani, oltre la graffa dell’Edenlandia.
Perché, se il cibo è già di per sè esperienza culturale, prima che culinaria, la graffa dell’Edenlandia è stata assaggio di infanzia, digiuno di mancanza ed è diventata adesso morso di nostalgia.
Nostalgia di un’era passata da consegnare a chi oggi varcherà, da vergine, quei cancelli mai vissuti in passato. A quei bambini che misureranno l’altezza all’ingresso, a quei genitori che ricorderanno i tempi in cui erano figli.

Chissà com’è essere bambini oggi.
Me lo sono domandata mentre li vedevo stupiti di fronte a qualcosa che non avevano mai visto: l’Edenlandia.
Era diventata quasi un ricordo morto da mettere nella storia di questa città.
Ed invece.

Chissà, se anche loro, tra tablet e videogiochi che viaggiano alla velocità del 4G, apprezzeranno adesso la semplicità di un tronco che scivola lento sull’acqua.
Chissà se, abituati al gusto di cibo abbondante, apprezzeranno una graffa comprendendone il valore ultimo, il significato emotivo e non solo la dolcezza propria degli ingredienti.

Lo spero. Me lo auguro.

Ciò che adesso, finalmente, è tornato in vita, riporti nelle nostre vite, e nella nostra città, un po’ di sano e genuino divertimento, fatto di palloncini colorati, musichette di sottofondo, pesciolini rossi, fuochi d’artificio, castelli incantati, fiabe narrate.

Bentornata, Edenlandia.
Mi sei mancata, e non me ne ero mai accorta.

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